Sicurezza ambientale

Intelligence ambientale, cos’è e quale ruolo ha nella prevenzione dei fenomeni di corruzione

Si tratta di un particolare strumento di indagine, previsto dalla attuale legislazione, che fa uso anche di tecnologie che sfruttano le immagini satellitari per studiare i cambiamenti ambientali a seguito di un’emergenza, a tutela della sicurezza dell’ambiente e per la prevenzione di rischi

Pubblicato il 22 Mag 2020

Marco Santarelli

expert in network analysis, critical infrastructures, big data and future energies

intelligence ambientale

Il contesto attuale in Italia e in tutto il mondo, con le difficoltà economiche dovute al fermo della maggior parte delle attività produttive, impone di tenere presente che “il dopo” di una situazione d’emergenza, soprattutto di tali dimensioni come quella attuale, può essere terreno fertile per l’emergere di nuovi fenomeni corruttivi o l’ampliarsi dei già esistenti.

Come sosteneva il giudice Giovanni Falcone, la mafia “non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società”.

Controllo del territorio, rapporti con la politica e internazionalizzazione sono tre dei fattori principali che più caratterizzano le mafie e laddove queste ultime tendono a diventare “mafie imprenditrici”, quindi organizzazioni criminali che si impossessano del controllo dell’economia ambientale, prendono il nome di “ecomafie”.

Il fenomeno delle “ecomafie”

L’ecomafia, fenomeno non solo italiano, ma internazionale, è quindi un “organizzazione di stampo mafioso attiva nei crimini contro l’ambiente e il patrimonio artistico-culturale di un territorio. Il neologismo fu coniato dall’associazione Legambiente, alla quale si deve l’analisi e il monitoraggio annuale dei settori in cui le ecomafie sono più aggressive: rifiuti; cemento; traffico di animali e specie protette; opere d’arte e agroalimentare.”

Come si evince da “Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia”, il rapporto annuale che Legambiente produce con la collaborazione di diverse realtà, tra cui Forze dell’ordine, Capitanerie di porto, Corte di Cassazione, ministero della Giustizia, Ispra, Commissione Ecomafie, Agenzia delle Dogane, nel 2018 il business delle ecomafie, rappresentato per lo più da ciclo illegale del cemento e dei rifiuti, filiera agroalimentare e racket degli animali, ha raggiunto 16,6 miliardi di euro, 2,5 in più rispetto all’anno precedente, e ha visto tra i protagonisti ben 368 clan, censiti da Legambiente e attivi in tutta Italia, con la Campania che resta al primo posto nella classifica degli illeciti ambientali.

Il ciclo illegale dei rifiuti è la voce più redditizia nel bilancio delle ecomafie, seguito dall’abusivismo edilizio, al secondo posto come fonte di proventi.

Intelligence ambientale e relativa legislazione

È qui che entra in campo l’intelligence ambientale, quella branca dell’intelligence (dal latino “inter legere”, ossia leggere tra le righe, leggere dentro, leggere i significati e gli sviluppi) che si occupa di illeciti e crimini ambientali, anche detti eco-crimini, e pertanto della sicurezza dell’ambiente.

Fino al 2015 in Italia non esisteva una vera e propria legislazione che tutelasse da reati e illeciti ambientali, c’erano soltanto alcune norme di settore poco chiare e più che altro di tipo amministrativo/civilistico che portavano al solo risarcimento da parte del soggetto colpevole di reato e quest’ultimo, non essendo appunto ancora ben inquadrato, andava scovato in reati delle leggi speciali ambientali o in “reati satelliti” del codice penale, ossia di fronte a un’ipotesi di illecito a livello ambientale si faceva ricorso a reati che non erano stati inseriti in una legge ambientale, ma all’interno del codice penale, per cui in un sistema giuridico differente.

È stato grazie al grande lavoro di indagine da parte dei servizi segreti e delle forze di sicurezza, che ha portato all’integrazione e al rafforzamento delle pene, che il Governo ha varato la L.N. 68/15, Legge 22 maggio 2015, n. 68 – “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”, che funziona e finalmente tutela le istituzioni non solo prevenendo crimini, ma anche strutturando un impianto informativo proprio a tale scopo, seppure ancora con qualche lacuna segnalata da esponenti delle forze dell’ordine, che lamentano difficoltà per molte procure, autorità giudiziarie e polizia giudiziaria.

A ciò si aggiunge carenza negli organi di sicurezza di strumenti investigativi adeguati per mettere in atto attività di intelligence ambientale, per cui si arriva a intercettazioni telefoniche, intercettazioni ambientali, e altri strumenti invasivi, creando il contatto con altri reati e altre procedure “satelliti”.

Esiste una “zona grigia”, che rappresenta una vera forza delle mafie, interna al tessuto sociale, costituita da funzionari che falsificano autorizzazioni e certificazioni, facendo da link tra la legalità e l’illegalità, tra la pubblica amministrazione e la criminalità ambientale, e che ha favorito nel tempo la crescita del sistema corrotto fino a farlo diventare l’impresa multinazionale quale è oggi.

Ancora di più tutti questi fenomeni si accentuano nel momento di debolezza di un Paese, di una realtà locale, di un’azienda. Pertanto, sarebbe necessario oggi più che mai, mettere a regime l’intelligence imbientale unendola con strumenti tecnologici sia a supporto di attività di controllo, come analisi della bonifica dei terreni, ma anche per rendere più rapide e precise le analisi dei rapporti interpersonali e di corruttela tra gli attori dei reati ambientali, fondamentale la ricostruzione della rete delle relazioni tra le persone. Esistono anche altre tecnologie che sfruttano le immagini satellitari per studiare i cambiamenti ambientali a seguito di un’emergenza che sarebbe bene utilizzare per la sicurezza dell’ambiente e per la prevenzione di rischi ambientali eventuali che potrebbero ripetersi in una successiva situazione di crisi.

Intelligence e knowledge management

L’analisi e l’intelligence della sicurezza legata all’ambiente ha a che fare con il knowledge management, ovvero con quello studio delle minacce che non sono più solo statali (corruzioni interne), ma anche all’interno di uno scenario più comune, più cittadino, diremmo. In tal senso si deve instaurare proprio un sistema di sicurezza che servirà a valutare e a dare alle forze dell’ordine sia lo scenario di vulnerabilità sia la possibilità di prendere decisioni che saranno in grado, attraverso schede ben precise, di connettere i diversi punti ed elementi della conoscenza, di favorire un modello di analisi e previsione non-lineare, di raggiungere nuove fonti di analisi e valutazione della minaccia.

Il terreno della collaborazione e della condivisione di informazioni tra i sistemi e gli apparati di intelligence rimane essenziale per una comprensione non superficiale della minaccia e per la predisposizione di adeguate misure di risposta.

All’intelligence non è richiesto di smentire o avallare le previsioni scientifiche sul cambiamento climatico, ma diffondere sempre più la cultura della sicurezza che, nel nuovo secolo, assume i contorni della prevenzione di minacce asimmetriche.

L’interazione tra uomo e ambiente è, da sempre, un elemento portante della sicurezza e oggi diventa addirittura centrale per valutare adeguatamente i rischi sistemici e la capacità di promuovere uno sviluppo umano, economico e civile che non comprometta la sopravvivenza delle generazioni future.

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