Direttive europee

Circular Economy Action Plan, cosa afferma il nuovo documento europeo sull’economia circolare

Gli obiettivi primari del piano sono la riduzione dell’inquinamento, il ripristino della biodiversità e la promozione di un’economia pulita puntando all’uso efficiente delle risorse. Focus sull’intelligence della sicurezza ambientale

Pubblicato il 22 Apr 2020

Marco Santarelli

expert in network analysis, critical infrastructures, big data and future energies

circular-economy

Si chiama Circular Economy Action Plan, piano d’azione di economia circolare, ed è stato varato lo scorso 11 marzo dalla Commissione Europea. Passato un po’ in sordina, questo nuovo documento rientra nel Green Deal, il piano strategico europeo per l’ambiente presentato dalla Commissione Europea nel dicembre 2019 e generato a seguito della presentazione di “What a Waste 2.0” del 2018 della World Bank, in cui si dice in maniera chiara e netta che dal 2050 ogni anno nel mondo si produrranno 3,4 miliardi di tonnellate di rifiuti. Oggi sono 2 miliardi di tonnellate. Ci attendono numeri da capogiro.

Il “piano verde”, appunto Green Deal, del 2019, ha l’obiettivo di rendere l’economia dell’Unione Europea sostenibile e di trasformare il Vecchio Continente nel primo a impatto climatico zero entro il 2050 con una serie di azioni a favore dell’ambiente che coinvolgeranno tutti i settori economici. Dalla tecnologia all’industria, all’innovazione, trasporti, decarbonizzazione del settore energetico, promozione dell’efficientamento energetico degli edifici, partnership internazionali e tanto altro per migliorare gli standard ambientali mondiali.

Le azioni peculiari sono e saranno: riduzione dell’inquinamento, ripristino della biodiversità e promozione di un’economia pulita e circolare puntando all’uso efficiente delle risorse.

Le origini del Circular Economy Action Plan

Il Circular Economy Action Plan ha una sua storia: proviene dal primo “Pacchetto sull’Economia Circolare” del 2015, fatto di 54 azioni per porre le prime basi di un’economia circolare per l’Europa.
Vista l’impossibilità di raggiungere i termini definiti dal Protocollo di Kyoto con scadenza 2020, quelli verso il 2050 saranno diretti a rafforzare anche l’economia circa la neutralità climatica e preservare il nostro ambiente naturale. Questo può accadere solo mettendo insieme un ampliamento della nostra competitività, gestendo finalmente un’economia completamente circolare e generando una vera e propria intelligence della sicurezza ambientale.

Come ricorda anche Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo del Green Deal europeo, questa analisi deve fare paio con lo sviluppo dell’economia reale con una rivalutazione dei prodotti che, per forza di cose o per mancanza di attenzione, si rompono troppo facilmente, e, non potendo essere riutilizzati, riparati o riciclati vanno a morire in discariche abbandonate. Queste ultime diventeranno nel tempo terra malata per i nostri figli o luoghi dove nasceranno cantieri per nuove abitazioni o altro. Insomma una cattiva abitudine che va debellata dalla nascita. Un piano preciso di intervento ci darebbe un enorme potenziale da sfruttare sia per le imprese che per i consumatori. Con il Circular Economy Action Plan, ribadisce Timmermans, si lanciano azioni per trasformare il modo in cui i prodotti sono realizzati e autorizzare i consumatori a fare scelte sostenibili a proprio vantaggio e per l’ambiente.

Il piano d’azione e l’intelligence della sicurezza ambientale

Come supporta l’intelligence della sicurezza ambientale questo meccanismo?

Prima di tutto con un audit preliminare che permette di verificare due ambiti: il primo edile e civile e l’altro prettamente produttivo. Per il primo vanno imbastiti sopralluoghi nei luoghi in cui bisogna intervenire per evitare che si generino disastri su disastri. L’audit avrà lo scopo preliminare di segnalare, anche con utilizzo di droni con camere termografiche, la presenza di rifiuti, anche tossici, o altro genere di materiale da risulta accumulato nel tempo. In questo modo abbiamo la possibilità di capire che storia ha quel terreno, da dove proviene, quali sono i passaggi di proprietà a lui riconducibili e quali interventi fare poi per bonificare. L’analisi va a capire i rischi e le minacce da quelle riconducibili a fattori naturali, l’effetto serra, lo strato di ozono, la contaminazione da pesticidi, la desertificazione, la deforestazione, l’inquinamento radioattivo, il traffico di rifiuti e le piogge acide a quelle da combattere come ecomafie (la cosiddetta mafia imprenditrice), organizzazioni criminali, terroristiche e quelle forme di corruttela tra organi malati delle PA.  Uno studio di particolari, quindi, per creare poi una nuova storia su quel luogo. Bisogna blindare il luogo come “sicuro”. Le fasi successive sono atte ad intervenire, qui uno dei topic del Piano della UE, anche su tutto il ciclo di vita dei prodotti, partendo dalla loro progettazione e seguendo tutto il processo attraverso un’economia circolare, sostenibilità dei consumi e facendo in modo che le risorse utilizzate rimangano nell’economia europea il più possibile. Si tratta di mettere insieme direttiva ed esperti, incaricati dalla committente o autorità giudiziarie, e generare un gruppo di “forze di sicurezza”, con tecnici, come detto sopra, specializzati in un dato settore, che sia scientifico, storico, tecnologico, ingegneristico, sociologico, politico, economico e psicologico. L’attività è di tipo analitico – strategico e deve mirare a capire e minimizzare, con un piano di emergenza anche ad hoc per eventuali problemi futuri, i possibili rischi e anticiparne i possibili sviluppi.

Il secondo aspetto dell’intelligence della sicurezza ambientale mira invece al consolidamento della sostenibilità dei prodotti come norma nell’Unione Europea, alla responsabilizzazione dei consumatori e degli acquirenti pubblici, fino a rilanciare i settori che sfruttano la maggior parte delle risorse e qui il passo è breve. Infatti dall’audit poi, in base al documento dell’UE, si possono valorizzare i potenziali di circolarità evitando il famoso impatto ambientale dell’80%, di cui parla il Piano, già nella fase di progettazione dei prodotti e degli interventi.

Solo se a tutti gli obiettivi si aggiungono l’evitare gli sprechi, il promuovere la circolarità per le persone, regioni e città e far sì che tutto il globo vada sempre più verso l’economia circolare, spingendo nei settori che più possono collaborare in questo, ossia batterie, mezzi di trasporto, elettronica e ICT, packaging, plastica, tessili, edilizia, alimentare, il Circular Economy Action Plan può avere effetto.

Il Piano, comunque, ha senso sia perchè potrebbe far risvegliare maggiore attenzione su un DM del 2019 in Italia molto precario, sia per far adottare le misure che dovrebbero portare aziende e cittadini verso prodotti più sostenibili. Ossia anche verso la Direttiva sull’Ecodesign, l’etichetta Ecolabel e il Green Public Procurement (GPP EU), che non hanno portato i risultati sperati.

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Marco Santarelli
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