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Sloweb: perché all’ESG serve una trasformazione sostenibile del digitale



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Il rapporto tra sostenibilità e high tech va ormai ben oltre i temi dell’innovazione tecnologica e implica una sempre più ampia capacità di creare e disporre di un digitale sostenibile unitamente a un uso sostenibile del digitale. L’esperienza e la visione di Pietro Jarre, fondatore di Sloweb

Pubblicato il 18 feb 2025

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



Pietro Jarre, fondatore di Sloweb
Pietro Jarre, fondatore di Sloweb

Per lungo tempo la trasformazione digitale è stata associata a un concetto di performance e di velocità. La possibilità, in tanti settori o industrie, di raggiungere obiettivi di produttività in tempi più brevi e con maggiore qualità, è stato e resta tutt’ora uno dei fattori che identificano l’innovazione digitale. Un connotato questo che ha messo in ombra altre dimensioni, come quella della sostenibilità, che stanno ora ri-emergendo in tutta loro rilevanza e complessità.

La ricerca costante di performance è stata alimentata da un meccanismo di mercato basato sul rilascio continuo di prodotti e servizi innovativi che hanno trasformato imprese e Pubbliche Amministrazioni. Questo processo di innovazione ha poi goduto della convinzione diffusa che digitalizzazione volesse dire (automaticamente) sostenibilità. Si è ritenuto, a ragione per una serie di circostanze e a torto per altre, che il passaggio al digitale fosse uno dei presupposti dello sviluppo sostenibile.

Misurare, valutare e capire la sostenibilità

Grazie alla possibilità di misurare, analizzare, valutare e dunque comprendere i presupposti della sostenibilità è stato possibile capire che il digitale non è così “green” come si riteneva che fosse. Tutti i fenomeni, nel momento in cui si avvicinano a una fase di maturità, “presentano il conto” dei costi reali. Ed è così anche per la trasformazione digitale che permette, essa stessa, di calcolare il proprio impatto diretto e indiretto sull’ambiente ecologico e sociale.

Il punto di incontro con Pietro Jarre, fondatore di Sloweb, manager e imprenditore con un curriculum ricchissimo di traguardi ed esperienze nelle quali l’innovazione tecnologica ha svolto un ruolo fondamentale, è proprio sulla necessità di un ruolo consapevole e responsabile dell’innovazione digitale. Un doppio punto di attenzione, quello di Jarre e di Sloweb, nel rapporto tra digitale e sostenibilità e per un digitale che aiuta a costruire un mondo più sostenibile e per la diffusione di una educazione che permetta un uso sostenibile del digitale.

Un percorso nel segno dell’innovazione

Jarre è attivo nell’ambito dell’innovazione digitale dagli Anni ’80, ha vissuto e utilizzato l’innovazione tecnologica e informatica come strumento di conoscenza e di gestione delle problematiche ambientali. In particolare ha al suo attivo esperienze nell’ambito di società di ingegneria impegnate nella realizzazione di grandi infrastrutture strategiche come ferrovie e autostrade, centrali idroelettriche, o in progetti di estrema complessità ambientale come la dismissione di raffinerie, la creazione di miniere e discariche di ogni tipo.

“Già a partire dagli Anni ’80 ho visto nascere presso i miei clienti l’esigenza di essere proattivi verso l’ambiente, prima di tutto per conformarsi alle normative ambientali, cercando di cogliere e comprendere i concetti di sostenibilità che man mano prendevano piede soprattutto a partire dal 2000.

Queste esperienze mi hanno permesso di assistere a un percorso di attenzione e investimenti verso tecnologie digitali per la gestione di tematiche ambientali che è partito presso aziende di “frontiera” su queste tematiche: come le aziende minerarie e petrolifere, seguite dalle imprese finanziarie, dal mondo manifatturiero e tante altre”.

In questo stesso periodo, Jarre ha vissuto in prima persona il percorso di informatizzazione nelle imprese in cui ha lavorato. Un processo che ha vissuto una prima fase caratterizzata da acquisti di prodotti terzi per poi arrivare alla definizione di una strategia di gestione dell’innovazione digitale più indipendente, basata sull’articolazione di diversi fornitori. “All’inizio del 2000 – ricorda – abbiamo iniziato ad affrontare la preparazione dei primi rapporti sostenibilità, con aziende Blue chip impegnate nei primi audit ambientali”.

Con il nuovo secolo hanno iniziato a diffondersi i bilanci ambientali, i bilanci di impatto sociale e si è registrata una evoluzione nei bilanci energetici. “Ho avuto la possibilità di seguire questo fenomeno – osserva – dalla prospettiva di una società di ingegneria attiva sull’ambiente. E partendo dal mondo delle corporation, ho voluto guardare a dimensioni più attente alle esperienze, ai comportamenti e al ruolo delle persone, dei singoli, e più vicine al territorio”.

Dalla sostenibilità delle corporation alla gestione dell’eredità digitale

Nel 2014 Jarre, grazie anche alla scelta di contribuire alla realizzazione di due piattaforme software per la gestione sostenibile dei dati personali e della memoria digitale delle persone, affronta i temi dell’eredità digitale che lo portano oggi a sottolineare il rapporto diretto tra queste problematiche e le tematiche relative alla sostenibilità: “siamo ancora molto lontani dalla capacità di avere una gestione sostenibile dei dati personali – osserva – Ciò dovrebbe voler dire gestire i dati digitali nello stesso modo in cui si gestiscono i rifiuti. In primo luogo, ne dovremmo produrre pochi. Solo per fare un esempio: invece di fare dieci o più scatti per una foto dovrebbe essere sufficiente limitarsi a uno o due, come con le pellicole. Dovremmo pensare di gestire un archivio nell’ordine di decine o eventualmente centinaia di immagini e non di migliaia come spesso accade. E ancora occorre essere consapevole dell’impatto che generiamo nel momento in cui scambiamo file importanti come può essere in video. Sarebbe importante riflettere se è effettivamente necessario”.

Jarre invita poi a considerare il tema del riciclo applicato al digitale “il solo fatto che sia semplice produrre nuove informazioni o nuovi dati non deve escludere il riutilizzo di dati già presenti. E quando effettivamente non servono nuovi dati occorre pensare a forme di “raccolta differenziata” e a una sorta di smaltimento adeguato. “Al contrario invece – osserva – stiamo tutti producendo una quantità enorme di rifiuti digitali, soprattutto con i nostri device, senza considerare che gran parte di questi dati finiscono per essere inutilizzati e appesantiscono, anche in termini di costi crescenti, le attività di tanti data center”.

In questo senso si colloca la missione di Sloweb per un uso consapevole del digitale a tutti i livelli e in ogni forma. Una prospettiva che, come sottolinea Jarre, va oltre l’impegno dell’industria del digitale di integrare nell’innovazione obiettivi che non si limitino al miglioramento delle performance, ma che sappiano far propria la capacità di gestire in modo responsabile le risorse unitamente a una educazione, da parte di qualsiasi tipo di utente, affinché anche un consumo apparentemente infinitesimale sia gestito consapevolmente.

Prosegui il confronto sui temi di un utilizzo responsabile del digitale e dei dati con Il petrolio dei dati come “cibo” dell’innovazione


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