Il crollo di FTX, l’implosione della piattaforma Exchange

Il fallimento di FTX è il più grave campanello di allarme del mercato crypto degli ultimi 20 anni, perché avviene in un periodo di depressione del settore e perché ha evidenziato un vulnus regolamentare molto simile a quello che aveva colpito le banche all’inizio del millennio con il tracollo Lehman Brothers. Buco da 32 mld di dollari

Pubblicato il 18 Nov 2022

Luca Sanna

Studium Cives

FTX

FTX, la piattaforma Exchange è implosa in sette giorni e ha bruciato 17 miliardi di dollari. Il prezzo di FTX in poco meno di una settimana è passato da 23 dollari a 0! Incompetenza, grande fortuna accumulata e regole assenti hanno generato un’implosione che cambierà per sempre le regole delle criptovalute.

FTX: Cosa è successo?

FTX è il quarto mercato Exchange in termini di valutazione economico al mondo, o almeno lo era fino a 15 giorni fa. Fondata nel 2019, nel 2021 trasferisce la propria sede alle Bahamas, dove i controlli sui bilanci sono pressocché nulli, era considerata una delle piattaforme più stabili e sicure del pianeta e per tale ragione aveva uno dei più grandi portafogli clienti del pianeta.

Nel 2022 ha investito molto in nuovi servizi, in NFR anche nel mercato dei videogiochi raccogliendo miliardi di dollari, alcuni dei quali venivano dislocati in un fondo dedicato a investimenti rischiosi: FTX Adventures.

FTX Adventures alimentava operazioni finanziarie attraverso la cessione di liquidità, per mezzo dei Token di FTX, effettuate a società investite dai tracolli delle criptovalute e dai casi Luna e 3AC.

Questo fondo di fatto alimentava una società collegata, la Alameda Research, contenitore delle operazioni più rischiose, avrebbe anch’essa affrontato una crisi durante il contagio delle criptovalute nel secondo trimestre e FTX l’avrebbe salvata, di fatto rimettendoci, cedendo interi asset finanziari, nascondendo tali operazioni ai propri clienti.

Il fallimento di FTX

Secondo Forbes, i problemi più gravi sono nati quando Binance, il più grande mercato exchange, ha deciso di vendere la sua partecipazione in FTX per 2,1 miliardi di dollari ed è proseguita con le discutibili operazioni finanziarie per salvare il mercato dal contagio.

La stessa Binance, agli inizi di ottobre, scoppiato il caso di Alameda Research, ha deciso di vendere la partecipazione nel token FTT di FTX. A cascata, anche gli altri investitori si sono ritirati creando il collasso di liquidità e il fallimento dichiarato dal tribunale fallimentare statunitense. Sempre secondo Forbes, “questo fallimento in cifre sembrerebbe coinvolgere più di 100.000 creditori e passività comprese tra i 10 e i 50 miliardi di dollari.”

Secondo il nuovo CEO, John J. Ray, il curatore fallimentare ha messo a capo di FTX dopo l’attivazione del Capitolo 11 del Bankruptcy Code degli Stati Uniti, che consente alle società di ristrutturare il debito delle società fallite “il Gruppo FTX dispone di un patrimonio di grande valore che può essere amministrato efficacemente solo con un processo organizzato e congiunto. Voglio garantire a tutti i dipendenti, i clienti, i creditori, gli azionisti, gli investitori, le autorità governative e le altre parti interessate che condurremo questo sforzo con diligenza, accuratezza e trasparenza”.

Chiaramente la dichiarazione di rito vuole cercare di tranquillizzare gli investitori del mercato da altri possibili collassi.

FTX

Il collasso del mercato

Il fallimento di FTX è il più grave campanello di allarme del mercato crypto degli ultimi 20 anni, perché avviene in un periodo di depressione del settore e perché ha evidenziato un vulnus regolamentare molto simile a quello che aveva colpito le banche all’inizio del millennio con il tracollo Lehman Brothers.

Grecy Chen, l’amministratore delegato di Bidget ha dichiarato che “La principale preoccupazione causata da questa vicenda riguarda il modo in cui i beni degli utenti sono tenuti sotto custodia dagli exchange e da altre istituzioni finanziarie. Per molti investitori e utenti è dunque un indizio chiaro di possibili rischi o crolli”.

Ed è esattamente questo il problema. Come è accaduto con il mercato tradizionale azionario e con i mutui subprime l’asimmetria informativa per gli investitori finali appare totale. Nessuna regola viene imposta all’investitore e nessuna comunicazione sul rischio relativo all’utilizzo della liquidità con un tessuto normativo praticamente assente a società che non sono sottoposte al controllo, seppur lasco degli Hedge Fund, ma che si comportano come tali.

Servono regole: le proposte

Il think thank americano “Atlantic Council” ha cercato di descrivere la situazione regolamentare del pianeta in termini di criptovalute. In metà dei paesi del G20, le crypto sono perfettamente legali e in tutti i paesi si sta cercando di promuovere una stagione di regolamentazione.

In questa sorta di cripto new deal la frontiera per la regolamentazione passa per la creazione di stable coin, con un valore fissato rispetto alla moneta tradizionale. L’Unione Europea e la Gran Bretagna, gli Stati uniti e la Thailandia hanno in progetto di porre delle norme regolatorie, mentre in Messico è già vietata per le istituzioni finanziarie l’emissione. Una parte rilevante dei paesi in via di sviluppo ha progetti in corso per generare una valuta digitale legale emessa dalla propria banca centrale.

In Europa, il responsabile della vigilanza della Banca Centrale Europea, Andrea Enria, ha dichiarato al Financial Times che sarà difficile verificare e supervisionare tutti i fornitori di criptovalute e criptoasset in generale che “non pensano mai ai rischi finanziari, non rispettano i confini nazionali e pongono un enorme problema di protezione dei consumatori”.

Anche il Disegno di Legge sui criptoasset non sarà pronto fino al 2024 in UE e nel frattempo il mondo è invaso da una catena del collasso che pare non arrestarsi.

Nel frattempo la Commissione Europea ha messo in campo l’introduzione di un regolamento che mira a fornire maggiore trasparenza e a stringere le maglie dell’aggiottaggio, il MiCA – Market in Crypto-Assets Regulation, il cui progetto è stato approvato nel mese di ottobre 2022.

Il MiCa sembra introdurre una specifica disciplina per le fattispecie della manipolazione del mercato, basandosi però su un sistema già esistente, limitando la circolazione delle informazioni sui social media. Appare un po’ poco per restituire credibilità al mercato. La norma che avrebbe dovuto generare un giro di vite è l’art. 80 del MiCa, che punisce il “trarre vantaggio da occasionali o regolari accessi a media tradizionali o elettronici mediante diffusione di una opinione su un crypto-asset, avendo assunto una posizione di investimento su quel crypto-asset, e profittando di conseguenza dall’impatto delle opinioni diffuse sul prezzo di quel crypto-asset, senza avere prima reso noto il proprio confitto di interessi in maniera appropriata e trasparente”.

Non vi è alcuna limitazione dell’attività di influencing, ma un generale divieto su un eventuale conflitto di interessi non dichiarato. Un fuoco di paglia insomma.

Conclusioni

Continuare a sperare nella regolamentazione imposta da vecchie cariatidi finanziarie appare oggi un’utopia. Goethe diceva che “Tutte le leggi sono fatte da vecchi e da uomini. I giovani vogliono le eccezioni, i vecchi le regole”. Se non entriamo nell’ottica di fare entrare nel board di regolamentazione le grandi società gestrici di criptoasset, attraverso un’operazione di moral suasion, non si arriverà mai a una soluzione condivisa e le regole di un mercato sovrannazionale e difficile da vigilare saranno sempre violate o aggirate.

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