EUROPA

ETS e Carbon tax: l’Europa frena

Il Parlamento europeo ha scelto di rimandare la riforma del mercato europeo per lo scambio di emissioni EU ETS e di ripensare le possibilità di una tassa sulle emissioni

Pubblicato il 09 Giu 2022

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La riforma del mercato europeo degli ETS, European Trading Scheme, vale a dire il sistema di scambio di quote di emissioni dell’Unione Europea, deve attendere e così pure la prospettiva, strettamente legata a questa riforma di una sorta di Carbon tax europea. Il Parlamento europeo ha infatti scelto di non accogliere e di rimandare la discussione sull’evoluzione dell’Emissions Trading System, che avrebbe modificato le regole del mercato sul quale vengono trattati i certificati relativi alle emissioni di gas serra.

I parlamentari europei hanno esaminato il rapporto Liese (dal nome del rappresentante del Partito popolare tedesco Peter Liese) che si poneva l’obiettivo di azzerare la disponibilità di quote di emissioni gratuite. Un passaggio questo che avrebbe eventualmente creato anche le condizioni per la realizzazione di una tassa sulle emissioni di carbonio da applicare alle merci provenienti da paesi meno attenti e rigorosi nell’applicazione degli standard di emissione. La proposta è stata rimandata alla commissione Ambiente e fonti del parlamento citano che un nuovo voto non sarà possibile prima del mese di settembre.

Nel corso della stessa seduta che ha visto il confronto sul Pacchetto generale “Fit-for-55” è arrivata una approvazione molto sofferta alle misure che porteranno al divieto di commercializzazione di auto con motore termico a partire dal 2035. Il tutto nell’ambito del Green deal europeo che punta a trasformare il sistema della mobilità a livello continentale e a creare le condizioni per una carbon neutrality europea entro il 2050.

Relativamente alla riforma del mercato ETS la proposta in esame prevedeva una riduzione della quantità di quote annuali di certificati disponibili fino al 2030 unitamente alla richiesta di estendere il sistema delle quote ETS anche ad altre attività soggetto ad emissioni come gli inceneritori, i termovalorizzatori dei rifiuti, gli operatori attivi nell’incenerimento dei rifiuti urbani e i trasporti marittimi a partire dal 2026.

In questo scenario, a partire dal 2030, l’intero meccanismo delle quote avrebbe dovuto essere superato, grazie all’entrata in vigore di un meccanismo che permette l’”aggiustamento del prezzo del carbonio alle frontiere” eliminando il rischio di spostamento della produzione tra paesi caratterizzati da forti differenze in termini di obiettivi nell’emissione di gas serra. Un meccanismo che è stato subito ribattezzato Carbon tax.

Un cambiamento importante che non è passato, ma che resta in discussione. Ma cosa sarebbe cambiato? Il mercato europeo per lo scambio di emissioni EU ETS impone a migliaia di realtà, industrie e produttori di energia, di richiedere un certificato di emissione per ogni tonnellata di CO2 e una “fetta” consistente di questi certificati è riconosciuta alle imprese in forma gratuita. Per gestire le emissioni relative alle quote che eccedono le quantità stabilite, le imprese devono rivolgersi al mercato ETS dove possono acquistare nuove quote o, nel caso di imprese virtuose con impatto “positivo” possono cederle considerando il valore delle quote non necessarie alla produzione come un asset di business. Un modello che risponde al principio del mercato europeo per lo scambio di emissioni EU ETS pensato per creare una motivazione, un incentivo per ridurre le emissioni e per aumentare gli investimenti verso tecnologie e soluzioni destinate alla riduzione delle emissioni.

Ma il mercato EU ETS è efficace nella misura in cui la richiesta di certificati è alta e l’offerta è ridotta, ovvero nel momento in cui chi riduce le emissioni o aiuta a ridurle può trarre vantaggi importanti. In questo scenario si ottiene l’effetto di favorire la ricerca di soluzioni tecnologiche, organizzative, di trasformazione della produzione destinate appunto ridurre le emissioni e generare nuove forme di valore. La proposta della Commissione europea, che non è stata appunto accettata dal Parlamento europeo, aveva l’obiettivo di ridurre il numero di emissioni del 61% entro il 2030. Ed è stata proprio questa richiesta di accelerazione nella eliminazione delle quote di emissioni gratuite e gli impatti che avrebbe avuto sulle imprese a bloccare la riforma. Lo scenario che si prospetta è legato a un accordo nel quale entra in gioco un possibile prolungamento dei tempi relativi a questa transizione.

La misura legata alla prospettiva di una Carbon tax è strettamente legata a questa riforma e ha parimenti lo scopo di evitare forme di concorrenza basata su una diversa interpretazione e regolamentazione degli obiettivi ambientali. La Carbon tax alle frontiere dovrebbe essere applicata ai paesi che scelgono di adottare obiettivi di emissione di CO2 meno rigorosi di altri per trasferire in modo chiaro (in maggiori costi) la gestione di attività economiche che non considerano in modo adeguato le emissioni  prodotte. Si tratterebbe evidentemente anche in questo caso di un passaggio molto importante che per la sua implementazione presuppone l’evoluzione del mercato ETS e la eliminazione dei certificati di emissione gratuiti.

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