Il ruolo di Carbon Tracker contro i cambiamenti climatici

Il think tank indipendente di esperti, con sede a Londra, ha l’obiettivo di indagare su quali siano gli impatti del climate change e della transizione energetica sui mercati finanziari

Pubblicato il 03 Ott 2022

il ruolo di carbon tracker per contenere i cambiamenti climatici

Cos’è la Carbon tracker initiative e qual è il suo ruolo nel contenere i cambiamenti climatici? Parliamo di un Think Tank no profit e indipendente con sede a Londra, attivo dal 2007, che si è posto l’obiettivo di indagare su quali siano gli impatti dei cambiamenti climatici e della transizione energetica sui mercati finanziari. Stiamo parlando della Carbon tracker iniziative, che ha finora condotto una serie di ricerche sul carbone “non sfruttabile”, definito in inglese come “unburnable carbon” e sugli attivi non recuperabili, i cosiddetti “Stranded asset”, che hanno contribuito alla discussione su come sia possibile allineare il sistema finanziario nella fase di transizione a un’economia a basso utilizzo di carbone, evidenziando quali siano in questo contesto le opportunità per gli investitori.

Che cos’è il monitoraggio del carbonio?

La Carbon Tracker Iniziative e il suo ruolo nel contenere i cambiamenti climatici nasce dalla consapevolezza che c’è un “budget di carbonio” e di emissioni cumulative limitato, che sarà necessario rispettare per evitare di andare oltre l’innalzamento globale delle temperature di due gradi, e quindi causare danni irreparabili all’ecosistema terrestre. Il lavoro di questo gruppo di esperti parte dalla constatazione che i mercati finanziari non sono riusciti finora ad allineare le loro attività ai nuovi obiettivi, esponendo in questo modo le compagnie che producono combustibili fossili a una potenziale perdita di valore.

Chi è Carbon tracker e quali sono i suoi obiettivi

Le emissioni di gas serra, secondo l’attività di ricerca realizzata da Carbon Tracker Initiative, dovranno essere abbassate drasticamente se si vorrà evitare un aumento delle temperature a livelli catastrofici, e questa dinamica produrrà effetti profondi nelle forniture e nella domanda di combustibili fossili, che sono responsabili della gran parte delle emissioni umane di gas serra. Le analisi di Carbon Tracker sono particolarmente importanti per il mondo dei sustainability manager e mirano così a esaminare e rendere evidenti come questi potenziali cambiamenti impatteranno sul futuro e sui progetti delle aziende del settore. Per semplificare, l’attività di ricerca di Carbon Tracker contribuisce a identificare i costi più alti e gli investimenti più rischiosi dando uno strumento di analisi fondamentale ad analisti, proprietari di asset, investitori, policy makers e regolatori finanziari, in quest’ultimo caso con l’obiettivo di fornire uno strumento utile per migliorare la trasparenza dei rischi finanziari legati ai cambiamenti climatici e definire quali siano i passi più importanti da compiere per evitarli. Il fatto di essere una organizzazione senza fini di lucro, infine, mette al riparo l’attività di Carbon Tracker da ogni condizionamento tipico dei business model delle ricerche finanziarie a fini commerciali.

Cos’è la bolla economica del carbonio?

Quando gli investitori si renderanno conto che larga parte delle riserve di combustibili fossili non potranno essere più bruciate, le compagnie produttrici di energia potrebbero perdere una parte consistente del proprio valore in borsa. In questo modo un documento pubblicato dal Partito Verde Europeo descrive in estrema sintesi in cosa consiste la “Bolla del Carbonio”. Per spiegare meglio la situazione il documento cita una serie di studi, come quello pubblicato dalla banca britannica Hsbc, secondo cui se l’obiettivo dei 2°C venisse raggiunto, le principali aziende energetiche potrebbero perdere tra il 40 e il 60% del proprio valore in borsa. La previsione sulla stesso scenario di uno atudio firmato dai business consultants McKinsey e Carbon Trust parla a sua volta di una previsione di perdita compresa tra il 30 e il 40%.

A motivare queste previsioni c’è il fatto che se l’obiettivo dei 2°C venisse raggiunto le più importanti compagnie petrolifere non sarebbero più in grado di bruciare una buona parte delle loro riserve, che diventerebbero così “attività bloccate”, quindi investimenti senza valore. Ci si troverebbe quindi di fronte a un eccesso di offerta di combustibili fossili, con il conseguente crollo del loro prezzo.

Su quali dati si basa il Carbon tracker?

La Carbon Tracker Initiative, che si è nel tempo conquistata un ruolo tra tutte le iniziative che mirano a contenere i cambiamenti climatici, produce annualmente una serie di studi grazie al lavoro dei propri analisti per delineare gli scenari dei principali mercati che riguardano la transizione energetica, per analizzare il contesto ed evidenziare come i cambiamenti potenziali all’offerta e alla domanda avrebbero impatto sul futuro delle compagnie esposte al settore dei combustibili fossili e dei loro progetti. Queste analisi aiutano nascono con l’intento di aiutare la comunità finanziaria a capire le implicazioni del climate change sui mercati. Tra i campi presi in considerazione dalla Carbon Tracker Initiative ci sono quelle ce riguardano in generali i rischi dovuti ai cambiamenti climatici e una serie di “verticali” che riguardano l’energia, i carburanti, il gas, la transizione energetica, il carbone e i mercati legati al carbonio.

Cosa aumenta l’impronta di carbonio?

 Partiamo dal significato dell’espressione “impronta di carbonio”: stiamo parlando in estrema sintesi dell’unità di misura della domanda di risorse naturali da parte dell’umanità. La “carbon footprint” viene utilizzata per fornire una stima delle emissioni di gas serra che possono essere provocate da prodotti, servizi, organizzazioni, eventi ma anche dai singoli individui. Per calcolare l’impronta di carbonio vengono prese in considerazione le emissioni dei gas a effetto serra, misurati in tonnellate, che vengono commutate in Co2 equivalente seguendo i parametri fissati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). A comportare l’aumento dell’impronta di carbonio sono quindi essenzialmente le emissioni di gas serra necessari volta per volta per fornire un servizio, realizzare un prodotto o, per i singoli cittadini, conseguenti allo stile di vita che si adotta.

Come possiamo monitorare la nostra impronta di carbonio

 La via più semplice è utilizzare il Carbon Footprint calculator del Global Footprint Network. Si tratta di uno strumento che, tramite un semplice questionario, è in grado di analizzare gli stili di vita e dare un quadro delle emissioni che si producono in diversi ambiti: dall’impronta ecologica della casa ai voli, dagli spostamenti un auto a quelli su due ruote e con i mezzi pubblici, fino alla cosiddetta “secondary footprint”, che si calcola analizzando gli importi di spesa per una serie di categorie merceologiche, dal cibo alle bevande, dalle medicine all’abbigliamento, fino all’educazione e alle attività ricreative e sportive.

Quale Paese ha la maggior impronta di carbonio?

Secondo le ultime rilevazioni nel 2020 sono stati emessi in atmosfera sun scala globale 32 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. A essere responsabili della quota più importante di emissioni di Co2 sono i paesi che si caratterizzano per essere i più popolosi e industrializzati. In prima posizione c’è la Cina con 9,9 miliardi di tonnellate di Co2 emesse, seguita dagli Stati Uniti con 4,5 miliardi di tonnellate e dall’India con 2,3 miliardi di tonnellate. Limitando lo sguardo all’Europa, il Paese che emette più Co2 è la Germania.

Quale Paese è carbon negativo?

Allo stato attuale i Paesi “carbon-negative”, che quindi assorbono più anidride carbonica di quanta ne producano, sono, secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica “Environmental Research Letters, tre: il Bhutan, il Suriname e – ultima arrivata – la Tasmania

Rimarremo senza combustibili fossili?

Entro il 2050 sarà possibile fare a meno di petrolio, carbone e gas naturale. A sostenerlo è un recente report della European Climate Foundation, “Towards Fossil-Free Energy in 2050, firmato da Element Energy e Cambridge Econometrics, secondo cui sarà possibile raggiungere questo obiettivo grazie alla riqualificazione edilizia, all’elettrificazione dei consumi a base di rinnovabili e all’accumulo a lungo termine. Realizzare un sistema energetico senza fossili significherebbe, secondo la ricerca, far risparmiare alla famiglie europee fino a 23 mld di euro.

“Lo studio – spiegano gli autori – rileva come in Europa siano realizzabili diverse configurazioni di sistemi energetici privi di combustibili fossili e come ognuna di queste presenti vantaggi socio-economici rispetto a una linea di riferimento attuale. Ma sono necessarie chiare scelte infrastrutturali e politiche solide per guidare la transizione in modo da mantenere competitiva l’economia, assicurando al tempo stesso il miglior affare per i cittadini europei”.

 

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