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Idrogeno: la mobilità pesante è il primo step per raggiungere gli obiettivi al 2030



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Un evento organizzato da Agici e Accenture ha fatto il punto sulle prospettive di questa fonte: a livello nazionale previsti 10 miliardi di investimenti

Pubblicato il 15 giu 2021



idrogeno verde: articoli, servizi, ricerche dedicate al green hydrogen

Dell’utilizzo dell’idrogeno in ambito energetico si parla ormai da tanti anni, forse anche troppi. Ora, però, il quadro sembra effettivamente pronto per lo sfruttamento su larga scala di questa fonte, chiamata a dare un contributo fondamentale alla decarbonizzazione. L’idrogeno rappresenta infatti una leva fondamentale per la costruzione di una Europa a impatto climatico zero e garantire un’economia moderna ed efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva a livello internazionale. Di tutti questi temi si è parlato in occasione di un apposito evento “L’Italia e le sue industrie nella corsa all’idrogeno”, organizzato da Agici e Accenture. Come ha messo in evidenza Marco Carta, amministratore delegato di Agici, “se al 2050 vogliamo avere un’economia decarbonizzata, occorre rendersi conto che l’elettrificazione non è in alcuni casi un’alternativa percorribile. L’idrogeno sarà dunque una tecnologia che coprirà un tassello fondamentale della transizione energetica, pena un fallimento clamoroso”.

La strategia dell’Italia

Lo sviluppo dell’idrogeno immaginato dalle strategie europee ed italiane è estremamente ambizioso, ma d’altra parte è necessario che questa fonte diventi economicamente sostenibile nella competizione con le risorse fossili. Anche perché, al momento, l’idrogeno parte da zero o quasi: basti pensare che al 2050 l’Ue dovrà aumentare di 7.000 volte la sua capacità di elettrolisi (per 500 GW di capacità). Ma già al 2030, ovvero tra appena 9 anni, la capacità dovrà essere aumentata di ben 600 volte. Per quanto riguarda l’Italia, al momento può contare su una limitata produzione soltanto di idrogeno grigio, mentre al 2030 dovrà possedere 5 GW di capacità di idrogeno verde, prodotto cioè a partire dall’utilizzo di fonti rinnovabili, per complessive 700.000 tonnellate di produzione. In questo modo tra 9 anni l’idrogeno assicurerebbe un apporto ancora limitato al fabbisogno energetico nazionale (circa il 2%), ma potrebbe porre le basi per un contributo decisamente più significativo nel due decenni successivi. Per raggiungere questi target servono investimenti: la strategia nazionale sull’idrogeno prevede 10 miliardi di investimenti, in massima parte destinati alla costruzione di elettrolizzatori (70% delle risorse), in misura minore allo stimolo della domanda (20%) e alla ricerca e sviluppo (10%).

Una filiera già pronta

In particolare, il PNNR mette a disposizione 3,64 miliardi di euro, per oltre la metà destinati all’impiego in settori dove altrimenti la decarbonizzazione sarebbe difficile. Agici, rileva che l’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, ha messo nel mirino la produzione di un idrogeno totalmente verde, scelta che obbliga il nostro Paese a correre ulteriormente sulle rinnovabili (una corsa nella quale al momento invece arranchiamo). Serve inoltre la definizione di un quadro regolatorio chiaro per supportare la transizione verso questa fonte. D’altra parte, però, l’Italia può anche contare su dei precisi punti di forza, tra cui la forte presenza di una filiera oil e gas che si sta già riconvertendo verso questo obiettivo, nonché la possibilità di sfruttare le estese infrastrutture presenti per la distribuzione del gas.

In questo senso Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, si è detto molto ottimista sulle prospettive di questa fonte nel nostro Paese: “Fare idrogeno da energia solare costerà meno del petrolio, con la discesa continua dei costi. Come Snam quest’anno ci siamo dati un obiettivo di cinque anni per arrivare a un costo dell’idrogeno verde di circa 2 dollari al kg, che lo renderebbe competitivo con molte fonti fossili. In prospettiva credo che il valore potrebbe arrivare anche a 1 dollaro al kg. A questo punto avremo la possibilità di produrre a un’enregia totalmente rinnovabile, con fruibilità e stoccabilità simili a quelle delle fossili (come il metano)”.

Gli impatti della mobilità pesante a idrogeno

Ma quali sono i settori che potrebbero per primi beneficiare di una diffusione dell’idrogeno? Tra gli indiziati numero uno c’è quello della mobilità pesante, che ha un impatto molto rilevante sull’inquinamento e sul climate change: basti pensare che i camion rappresentano il 2% del parco circolante ma valgono 20% emissioni.

Secondo i risultati dello studio “Il futuro della mobilità pesante a idrogeno” condotto da Accenture – con il contributo di Free To X, Iveco e Saipem, con un investimento tra gli 800 e i 950 milioni di euro per la realizzazione e gestione di infrastrutture necessarie per lo sviluppo della mobilità pesante a idrogeno potrebbe generare più di 3,5 miliardi di euro di valore della produzione cumulato e circa 2 milioni di tonnellate di CO2 evitate. Il piano di sviluppo prevede la realizzazione di circa 40 stazioni di rifornimento su strada attraverso il ricorso ai fondi stanziati nel PNRR.
“La mobilità pesante a idrogeno può generare un valore di produzione complessivo di oltre 3,5 miliardi di euro e portare a milioni di tonnellate di CO2 evitate. Questo ci conferma il ruolo rilevante che l’idrogeno ricopre all’interno della transizione energetica, non solo perché adatto alla logistica pesante per le sue facilità d’utilizzo, ma anche in quanto innovazione assoluta nella gestione del sistema energetico. Resta oggi più che mai indispensabile la continua sperimentazione e la ricerca costante, al fine di fornire delle soluzioni ottimali a beneficio dell’intero ecosistema e di tutti gli attori che ne fanno parte” ha dichiarato Sandro Bacan, Innovation Lead di Accenture Italia.

“La Strategia Europea per l’idrogeno ha innescato una vera e propria corsa in tutto il continente verso la leadership in questa tecnologia. L’Italia fa sicuramente parte del gruppo di testa con target ambiziosi, ingenti risorse dedicate nel PNRR e importanti imprese a capofila di progetti all’avanguardia. Lo sviluppo di una filiera dell’idrogeno sarà in grado di generare benefici in termini ambientali ma anche di creazione di filiere industriali innovative. Per sfruttare questa opportunità l’Italia deve dotarsi di un quadro normativo e regolatorio che sostenga le eccellenze manifatturiere nazionali, favorisca la realizzazione di nuova capacità FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) e definisca chiaramente il fabbisogno di infrastrutture per la produzione, stoccaggio e trasporto dell’idrogeno” ha commentato Marco Carta.

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