Ricerche

Decarbonizzazione non ancora completa per il sistema elettrico italiano

L’Electricity Market Report 2022 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano evidenzia come la capacità delle rinnovabili italiane abbia ormai raggiunto i 60 GW. Ma la generazione di elettricità resta ancora troppo legata alle fonti fossili

Pubblicato il 22 Nov 2022

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Una fotografia dello stato della transizione del sistema elettrico italiano, con un bilancio in chiaroscuro, nonostante gli indubbi passi in avanti.  Così può essere riassunta la sesta edizione dell’Electricity Market Report 2022 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. Il dato da cui partire è sicuramente quello relativo alla capacità installata di impianti a fonte rinnovabile in Italia, che supera oggi i 60 GW, grazie soprattutto all’aumento, avvenuto negli ultimi 15 anni, delle fonti non programmabili all’interno del parco di generazione italiano (solare ed eolico in primis). La potenza installata di eolico e fotovoltaico è passata, infatti, da meno di 5 GW nel 2008 a più di 33 GW nel 2021, di cui circa 22,5 GW relativi ad impianti fotovoltaici e 11,3 GW ad impianti eolici. Come noto, questi numeri sono frutto di due diverse fasi: una crescita molto accentuata avvenuta nel periodo 2008-2012 (con un CAGR superiore al 50%, grazie ai generosi incentivi in vigore), seguita da una seconda fase a crescita decisamente più modesta (CAGR nell’ordine del 3%) nel periodo 2013-2020. Il 2021 è stato un anno interlocutorio, con l’installazione di circa 1.000 MW di fotovoltaico e 580 MW di eolico.

La crescita delle fonti pulite

Contestualmente alla progressiva diffusione delle fonti pulite, la capacità installata da termoelettrico tradizionale si è gradualmente ridotta: essa oggi è pari a circa 60 GW, rispetto ai 77 GW del 2012 (con una moderata riduzione negli ultimi 5 anni, pari a 2,2 GW). Il 77% della capacità attuale è rappresentata da impianti alimentati a gas naturale. Le biomasse pesano per circa il 3%, così come gli impianti ad olio combustibile, che si stanno notevolmente riducendo. Un discorso a parte meritano gli impianti a carbone, che ad oggi rappresentano ancora il 17% della capacità di generazione termoelettrica ma che dovranno essere dismessi nel corso dei prossimi anni, così come definito dal PNIEC.

La quota degli impianti termoelettrici tradizionali nella copertura del fabbisogno nazionale si è così ridotta dal 74% nel 2005 al 51% nel 2021. Contestualmente, le FER sono passate dal 14% al 36% (35% nel 2019, anno non influenzato dagli effetti della pandemia), grazie soprattutto alla crescita di eolico e fotovoltaico. Questi cambiamenti avvengono in un contesto in cui la domanda di energia elettrica italiana degli ultimi anni è stata stabilmente pari a 310-320 TWh/anno, ad eccezione della riduzione registrata nel 2020 per effetto della pandemia.

Non stupisce, dunque, che le emissioni di anidride carbonica per la produzione di energia elettrica in Italia (relative al settore termoelettrico) abbiano visto un calo di quasi il 50% tra il 2005 e il 2021, passando da 144,6 a 74,3 Mton. Eppure, la generazione elettrica rappresenta ancora circa il 22% delle emissioni di CO2 nazionali, dato che testimonia inequivocabilmente come il comparto sia tutt’altro che decarbonizzato.

Una sfida che richiederebbe una notevole accelerazione da qui al 2030,  così da raggiungere gli obiettivi previsti dal PNIEC, che dovranno essere anche rivisti alla luce del Fit-for-55 voluto dalla Ue:  in pochi anni  la capacità rinnovabile dovrà essere compresa tra i 95 e i 130 GW a seconda dello scenario considerato, con una percentuale da rinnovabili salita al 55%.  “L’evoluzione delle tecnologie abilitanti, migliorate in maniera significativa negli ultimi anni, ci consente di essere ottimisti riguardo alla effettiva possibilità di raggiungere gli obiettivi di policy – conferma Simone Franzò, Responsabile dell’Osservatorio – ma allo stesso tempo non sarà facile per i diversi stakeholder disegnare un settore elettrico che al 2030 dovrà necessariamente essere molto diverso da oggi, anche provvedendo a ultimare un quadro normativo che risulta ancora incompleto sotto diversi aspetti. Una nota positiva però è rappresentata dallo spirito ‘collaborativo’ e ‘proattivo’ che si respira in questi mesi nonostante le difficoltà. Bisogna agire rapidamente, ma a mente fredda: le misure d’urgenza intraprese quando ormai non c’è altra scelta portano spesso a soluzioni non efficienti, mentre una corretta pianificazione per tempo (se l’espressione ‘per tempo’ ha ancora un senso a soli otto anni dal 2030) darà senz’altro risultati migliori”.

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