Agricoltura 4.0, Maiorano: “Dalle Regioni troppa lentezza e burocrazia”

Il presidente dei giovani di Confagricoltura – Anga: “Gli ingredienti per un piano di innovazione a sostegno degli investimenti ci sarebbero già: i piani di sviluppo rurale. Ma sono vanificati da lungaggini e frammentazione”. Sul ricambio generazionale: “La carta vincente è l’affiancamento: solo così le aziende possono recuperare entusiasmo”

Pubblicato il 10 Apr 2018

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L’Italia non ha bisogno di un piano ad hoc per spingere sull’acceleratore di Agricoltura 4.0. Gli strumenti per sostenere chi investe e modernizza le proprie attività ci sarebbero già, e sono i piani di sviluppo rurale. Ma vengono vanificati dalle lungaggini burocratiche delle Regioni. Lo dice in un’intervista ad Agrifood.Tech Raffaele Maiorano, presidente dei giovani di Confagricoltura – Anga oltre che Vp di Gfar, il golbal forum multistakeholder della ricerca in agricoltura fondato da Fao e Unione europea, a margine della presentazione dell’edizione 2018 della Food innovation Global mission.

Maiorano, come si può quantificare il potenziale innovativo che i giovani possono portare nel mondo dell’agricoltura verso l’agricoltura 4.0?

Dobbiamo partire dalla constatazione che oggi senza l’apporto di aziende preesistenti sarebbe difficile dare vita ad aziende innovative: i problemi di accesso alla terra e al credito, infatti, sono notevoli. Per questo motivo esiste la legge sulle società di affiancamento, di cui sono passati anche i decreti attuativi: per utilizzarla stiamo aspettando che l’Ismea e il ministero, quando si insedierà il nuovo governo, la rendano effettivamente applicabile. Le aziende “over 65” a quel punto, se non hanno eredi o hanno eredi che non vogliono proseguire nell’attività, potranno creare partnership con quelle formate da giovani che non hanno terra o credito: in questo modo i giovani potranno dare un contributo di innovazione a strutture aziendali già costituite. Detto questo, i giovani possono portare il 90% dell’innovazione necessaria per modernizzare le aziende agricole, interagendo con chi ha già aziende avviate. E parliamo sicuramente di innovazioni di processo o di prodotto, anche se la vera spinta è sull’innovazione di pensiero, sull’approccio, sulla capacità del giovane di essere oggi molto più globale, molto più aperto, molto più recettivo e capace di mettersi in discussione. E’ vero che c’è la tradizione, ma la logica dell’”abbiamo sempre fatto così e dobbiamo continuare a fare così” fortunatamente sembra che il giovane non ce l’abbia, anche nel riepstto della tradizione di partenza.

Quali sono i settori su cui c’è più interesse e più propensione all’investimento?

Dipende dal tipo di innovazione. Se si considera il mondo del vino, dove la redditività è alta e consente di investire, c’è molta agricoltura di precisione, sensoristica, una spinta importante sulla ricerca, ad esempio nella genomica applicata alle vigne. Poi c’è il mondo della risicoltura e della cerealicoltura, che porta con sé modelli di innovazione differenti, come i trattori Gps che si guidano da soli, le seminatrici, il calcolo dell’acqua, applicazioni più tecniche valide anche per l’orticoltura, la frutticultura. Una grande spinta la registriamo nel mondo dell’olivicoltura, dove c’è la ricerca di qualità “oggettiva”, quella organolettica, verificabile: lì c’è tanta ricerca lungo tutta la filiera e tutto il ciclo di produzione, dal controllo della temperatura a quello dei trattamenti, dal monitoraggio della produzione allo stoccaggio. Dopodiché l’agricoltura si innova anche semplicemente apportando nella filiera dei modelli di controllo di gestione, ad esempio per i magazzini, mentre grandi evoluzioni le stiamo registrando anche nella filiera casearia. L’agricoltura è un settore innovativo, ma il problema oggi è la redditività: il calcolo dell’investimento sull’innovazione è un po’ complesso da fare. Tutti noi vorremmo comprare mega macchine che vanno a biometano, e produrci noi il biometano. Ma quanto costa? E soprattutto, che impatto ha sulla redditività aziendale?

Il governo ha avuto un piano su Industria 4.0. Quanto è applicabile nel campo dell’agricoltura, e soprattutto, auspicate un intervento ad hoc per il vostro settore?

Dal piano industria 4.0 noi siamo fuori. Ci sono motivazioni fiscali del recupero del piano di ammortamento che non ci consentono di attuarlo. Abbiamo chiesto al ministro Calenda di allargare un po’ le maglie e stiamo ancora cercando di ottenerlo. Ci sono degli spazi, come quelli per l’acquisto di macchinari, la cosiddetta nuova Sabatini. Quanto alle misure ad hoc, già ci sarebbero, ad esempio attraverso i piani di sviluppo rurale, che fanno parte del secondo pilastro della Pac. Lì però c’è un grosso problema, che è l’inefficienza delle Regioni: rispondono in tempi lunghissimi, completamente diversi rispetto a quello che sarebbe necessario. In più ogni piano è diverso da Regione a Regione: da anni noi chiediamo che ci sia un unico piano di sviluppo rurale nazionale, per fare andare tutti alla stessa velocità e permettere alle aziende di fare i giusti investimenti. La legge consentirebbe di fare investimenti di tipo meccanico, commerciale e per l’internazionalizzazione, di prodotto e di processo, per l’allestimento di nuovi impianti. Si tratta di misure in grado di stravolgere in positivo l’agricoltura, ma sono ferme al palo. Il piano sulla carta c’è, ma di fatto le aziende sono spaventate. L’imprenditore pensa: “Chi me lo fa fare a progettare un piano di sviluppo rurale oggi se poi mi risponderanno tra due anni, quando le mie esigenze potrebbero essere cambiate?”. Questo è un grande problema.

Quant’è ancora oggi la resistenza culturale verso il cambiamento e l’innovazione nel settore dell’agricoltura?

Abbiamo smesso di parlare di ricambio generazionale, perché sembra di voler dare un calcio al passato, e parliamo di affiancamento generazionale. Sia a livello sindacale sia a livello aziendale. Il giovane non può pensare di arrivare in azienda e stravolgerla perché ha studiato di più. Questo approccio affiancato ha il vantaggio di coinvolgere di più gli imprenditori che vengono affiancati, anche dal punto di vista emotivo, e questo porta a dei risultati importanti. Anche affrontare gli investimenti diventa più semplice: riscontriamo anche un “boost emozionale”: il cosiddetto “vecchio” agricoltore che trova un giovane interessato recupera una spinta di energia.

Quanto contano iniziative come la Food innovation global mission per portare una ventata di aria nuova nel comparto?

Credo sia fondamentale, per questo siamo partner sia su Gfar sia su Confagricoltura. Insieme abbiamo dato vita a un percorso magnifico, quello delle “Filiere intelligenti”, in cui abbiamo analizzato l’apporto dell’innovazione nei singoli comparti produttivi. E il sette e otto giugno festeggeremo i 60 anni dell’Anga, in cui faremo un convegno sull’agricoltura di qualità giovane e sostenibile.

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